C’è una parola che, più di tutte, racconta la distanza tra ciò che dovrebbe essere e ciò che spesso accade nelle nostre città: periferia. Non soltanto un luogo geografico, ma una condizione sociale, educativa, culturale. È da qui che parte “IMPOSSIBILE 2026”, la Biennale dell’infanzia e dell’adolescenza promossa da Save the Children, tornata a Roma con un messaggio chiaro: investire nelle periferie significa investire nel futuro del Paese. (Save the Children Italia)
Al centro del dibattito, una domanda che riguarda tutti: che società stiamo costruendo se il destino di un bambino continua a dipendere dal quartiere in cui nasce? (2026.
I dati presentati durante l’evento restituiscono un quadro che non può lasciare indifferenti. Secondo la ricerca “I luoghi che contano”, un minore su dieci nelle grandi città italiane vive in aree di forte disagio socioeconomico, con tassi di dispersione scolastica e bocciature molto più alti rispetto alla media urbana. A questo si aggiunge un altro elemento spesso invisibile: il peso dello stigma sociale, che porta molti adolescenti a sentirsi definiti dal luogo in cui vivono ancora prima che dai propri talenti o aspirazioni. (Save the Children Italia)
È proprio contro questa rassegnazione che nasce IMPOSSIBILE. Il nome della manifestazione si ispira a una frase di Eglantyne Jebb, fondatrice di Save the Children: “Non c’è nessuna insita impossibilità nel salvare i bambini del mondo”. Un’affermazione pronunciata oltre un secolo fa ma che oggi conserva una forza sorprendentemente attuale. (Save the Children Italia)
Durante la plenaria, Save the Children ha rilanciato la richiesta di una legge nazionale che garantisca spazi socio-educativi permanenti nelle periferie più fragili: luoghi aperti tutto l’anno, capaci di offrire supporto scolastico, attività culturali, sport, ascolto psicologico e opportunità di relazione. Non interventi occasionali, ma politiche stabili e continuative.
A colpire, però, più dei numeri, sono state le testimonianze dei ragazzi e delle ragazze coinvolti nei tavoli di lavoro e nei percorsi territoriali dell’organizzazione. Voci autentiche che hanno raccontato quanto un centro educativo, un laboratorio creativo o semplicemente uno spazio sicuro possano cambiare la percezione di sé e delle proprie possibilità. Perché il rischio più grande delle periferie non è solo la mancanza di servizi, ma la normalizzazione delle opportunità negate.
Roma, in questo senso, diventa simbolo perfetto della sfida. Una città straordinaria e complessa, capace di custodire immense ricchezze culturali e, allo stesso tempo, profonde fratture sociali. Parlare di infanzia nelle periferie romane significa parlare di mobilità sociale, accesso alla cultura, qualità dello spazio pubblico, diritto al tempo libero e alla bellezza.
IMPOSSIBILE 2026 non è stato soltanto un evento, ma un invito collettivo a cambiare prospettiva: smettere di considerare le periferie esclusivamente come luoghi di marginalità e riconoscerle invece come spazi pieni di energie, competenze e possibilità. Perché ogni volta che un bambino rinuncia a un sogno per mancanza di opportunità, non perde soltanto lui. Perde l’intera comunità.
