Faccia a faccia con Giancarlo “Picchio” De Sisti

. Dai Castelli romani il campione d'Europa nel 1968 e vicecampione del mondo nel 1970 ha seguito la partita Italia - Bosnia e ha raccontato la sua storia di uomo e calciatore, contenuta nel documentario di Roberto Davide Papini "Nato il 13 marzo" che gli fa da spalla
Pubblicato il: 4 Aprile 2026
Tema: Sport

Mi sono messa a studiare la partita Italia Germania 4-3 perché, quando si intervista qualcuno, bisogna studiare. Giancarlo De Sisti è stato un suo protagonista. Per tutti è Picchio, trottola in romanesco, ha mosso i primi passi in oratorio, al Quadraro, “l’impianto sportivo a Santa Maria del Buon Consiglio era l’unico del quartiere e abitavo a ridosso”, dichiara Picchio. Poi arriva nella giovanile della Roma e nel 1960 approda in prima squadra. Ironia della sorte: segna la sua prima rete in Roma-Fiorentina 1-0 nel 1962. Nel 1965, durante il servizio militare a Orvieto, gli dicono che l’hanno ceduto alla Fiorentina. Ne diventa capitano e conquista il secondo scudetto della squadra nel 1969. Si trova a Firenze durante l’alluvione del 1966.

Come affrontò quel disastro?

“L’Arno esondò vicino Piazza Beccaria, dove abitavo. Ero all’ospedale Careggi per una visita dopo un incidente di gioco. Andai verso le prime zone allagate. Con Giovanni Pirovano, il giorno dopo, andammo in piazza Duomo. Le auto erano nei negozi. Il fango ricopriva tutto”.

Cosa ha fatto la squadra?

“Ci siamo messi a disposizione. Scaricavamo i camion con gli aiuti che arrivavano allo stadio. Il grosso del lavoro l’hanno svolto gli Angeli del fango che hanno salvato le opere d’arte e risollevato la città”.

Poi arrivò lo scudetto nel 1969. Come lo ha vissuto Firenze?

Entusiasmo al limite dell’incredulità, indescrivibile. Non era programmato, la squadra stava crescendo bene assemblando tutti i pezzi per dare il meglio con un nuovo allenatore, Bruno Pesaola. La spinta, la convinzione, lo stimolo delle sue parole: non essere inferiori a nessuno, sono stati quasi un lavaggio del cervello. Ci ha fatto affrontare quel campionato e quegli avversari come se fossero tutti alla nostra portata. In realtà, abbiamo dovuto sudare, come è normale che sia”.

Lei ha vissuto Italia Germania 4-3 come calciatore: vi rendevate conto che stavate entrando nella storia, a prescindere dal risultato?

“Sì. I tedeschi attaccavano. Un’altalena di emozioni dense, vissute a cento all’ora perché un momento eravamo in finale, un momento dopo a casa”.

Le avete affrontate in modo costruttivo, senza esserne sopraffatti.

“È così. Siamo stati accompagnati anche da un pizzico di fortuna, utile per completare un disegno tattico, una volontà assoluta di raggiungere il risultato”.

Cosa vi accomunava?

“Eravamo tutti figli o nipoti di gente che aveva fatto la guerra. Conoscevamo l’importanza di guadagnarsi il pane, eravamo più vicini alla gente comune che ai benestanti, anche se eravamo lavoratori di lusso. Io ho ascoltato i racconti di mio padre e mio nonno. Mi hanno portato nei rifugi. Queste cose restano in testa”. Il padre di De Sisti fu deportato da nazisti e nel 2024 Picchio ricevette in Campidoglio una medaglia e una pergamena in sua memoria.

Arrivò la sconfitta: la finale con il Brasile. Come si affronta, pur portando a casa un argento mondiale?

“Avevamo dentro la gioia, la grandissima soddisfazione, di aver partecipato alla partita del secolo, motivo di grande orgoglio per noi e la nazione. Ci siamo confrontati con un Brasile molto forte. Avevamo nelle gambe la partita precedente, abbiamo resistito fino al 2-1, poi siamo crollati al terzo gol. Si rimane male, come dei broccoli perché, quando senti gli inni nazionali, cresce in te l’orgoglio. Pensi, e ti passa davanti tutta la vita, la carriera, i genitori, in più i palpiti del cuore. Poi perdi e ti metti a piangere perché i nervi saltano. Per la partita con la Germania ci sono arrivate testimonianze da tutto il mondo perché giocavamo la finale con i maestri brasiliani. Abbiamo fatto di necessità virtù, la coscienza di aver dato il massimo”.

Lei, nel documentario “Nato il 13 marzo” di Roberto Davide Papini, dice che la famiglia è stata la sua colonna.

“Sono sempre stato un mammone legato alla famiglia. Nel 1961 ho conosciuto Nadia, con lei mi sono fidanzato e sposato. Abbiamo costruito una famiglia. Abbiamo tre figli e sei nipoti”.

Qualcuno ha seguito le sue orme?

In casa si mastica pallone. Un nipote gioca con la squadra giovanile della Roma”.

Suo figlio Marco ha scritto il libro “Giancarlo De Sisti. Campione e gentiluomo”. Cosa ha detto quando le ha presentato questa idea?

“Non me l’ha detto subito. Mi faceva domande ogni sera e gli ho chiesto il perché. Così ho scoperto che stava scrivendo un libro. Sono strafelice”.

L’Italia è fuori dai mondiali di calcio per la terza volta, cosa dice a riguardo?

Posso parlare di delusione profonda. Ci siamo sempre vantati di essere secondi solo al Brasile che ha 5 titoli. Adesso facciamo sforzi incredibili per qualificarci”.

Secondo lei, a cosa è dovuto?

“Arriva da lontano. È pieno di stranieri, anche a livello di squadre giovanili. Non ci sono più i grandi maestri che insegnano. Il calcio è diventato un business. Abbiamo molte cose su cui riflettere. Purtroppo ci siamo relegati nella condizione di dover vincere o morire in una partita. L’Italia ha giocato al massimo delle possibilità, è stata onorevolmente in campo, però era troppo tardi. C’era il rischio che andasse a finire in questo modo, è il rendiconto che paghiamo a un sistema”.

“Manca un vivaio in Italia?

“Il culto dei vivai si è un po’ perso. Nella primavera hanno cinque, sei stranieri. Quando crescono e arrivano alla fine della primavera, poi non c’è più niente. Ce la siamo cercata”.

Nel documentario si afferma che lei sbagliava un solo passaggio a campionato e che il suo intuito in campo faceva la differenza. Si dice che Michael Schumacher, in Formula 1 facesse un solo errore a stagione.

E vabbè! Ma Schumacher è un campione davvero, ha vinto sette titoli mondiali. Io sono vice campione”.

Accanto a lui Roberto Davide Papini ride. Giornalista del quotidiano “La Nazione”, ha realizzato documentari su vari sportivi.

Perché un documentario su Giancarlo De Sisti?

“È il capitano della mia prima Fiorentina, l’allenatore che ha sfiorato il terzo scudetto dell’82. Un leader gentile in campo che si faceva rispettare e non alzava quasi mai la voce. Ho raccontato anche la Fiorentina dello scudetto ’55-’56”.

Qual è la difficoltà nel trasporre in un documentario personaggi così complessi?

“Tagliare. Mi piace raccontare la persona prima del campione. Questi documentari sono apprezzati anche da chi non conosce il calcio. De Sisti si è raccontato da solo, tira fuori episodi commoventi e divertenti con il suo simpatico romanesco. Ha tempi da attore”.

Che valore hanno questi documentari?

“Salvare la memoria. Quasi tutti i protagonisti del primo scudetto sono scomparsi. È stato un viaggio nella personalità di questi uomini, campioni della porta accanto. L’amicizia è stato il motore che li ha portati a vincere. Come Romeo Menti del grande Torino, molto legato a Firenze. Poi Pino Brizzi, pilastro della Fiorentina del secondo scudetto. Armando Picchi della grande Inter e Arturo Maffei, saltatore in lungo che arriva quarto alle Olimpiadi di Berlino del 1936 per un centimetro. Giocava nella Fiorentina, non era il massimo e si diede all’atletica”.

Alessandra Gaetani

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