Lorenzo Zurino porta a Roma per la prima volta gli Stati Generali dell’Export

L'imprenditore sorrentino è Presidente del Forum Italiano dell'Export ed è reduce da una importante operazione con il Gruppo Mastromartino che entra nel capitale della sua The One Company e la rafforza come uno dei principali hub italiani dell'export nel mondo.
Pubblicato il: 1 Dicembre 2025

Lorenzo Zurino, quarantenne imprenditore sorrentino, è uno dei volti più riconosciuti dell’export italiano, spesso definito “l’Uomo dell’Export”. Fondatore di The One Company, leader nell’export del food Made in Italy verso Stati Uniti, Messico, Israele, Canada, Australia ed Europa, ha costruito in poco più di vent’anni una piattaforma che unisce imprese, istituzioni e finanza attorno alla stessa idea: l’Italia nel mondo non è solo prodotto, ma stile di vita. Ha portato a Roma il 27 novembre suoi Stati generali dell’export che hanno riunito imprenditori, istituzioni, professionisti, top manager di alto profilo per parlare a tutto campo di export italiano.

Chairman della holding Virgo e presidente del Forum Italiano dell’Export – il primo think tank dedicato esclusivamente al commercio estero, da cui nascono gli Stati Generali dell’Export – ha trasformato la sua esperienza sui mercati internazionali in una “casa comune” per chi porta il Made in Italy oltre confine.

Negli ultimi anni ha ampliato il suo raggio d’azione: dal progetto di riqualificazione eco-compatibile dell’Isola di Altavilla in Sicilia alla nascita del sigaro Efebo Sicily e del gruppo Italian Cigar Group, fino alla creazione del fondo immobiliare di lusso Oracles Capital Estates e all’ingresso in location iconiche come Levanzo, Marsala e Ostuni.

Nel 2025 sigla un accordo strategico con il Gruppo Mastromartino – proprietario dei supermercati Etè, Moderna2020 e Caffè Motta – che entra al 20% in The One Company con l’obiettivo dichiarato di costruire “il primo hub italiano del Made in Italy nel mondo”, con un piano industriale che punta ai 50 milioni di fatturato e alla futura quotazione.

Parallelamente, entra nel Consiglio direttivo di UNICEF Italia, portando il suo impegno sul terreno dei diritti dell’infanzia e della responsabilità sociale: “Ogni scelta pesa, ogni parola educa, ogni gesto protegge”, ha dichiarato nel giorno della nomina.

“Lorenzo Zurino, l’uomo che esporta l’Italia (e la riporta a casa)”

Lorenzo, se dovesse presentarsi ai lettori di Roma Good News da dove partirebbe? Chi è oggi Lorenzo Zurino?

Partirei da una cosa semplice: sono un papà, prima di tutto. Papà di Adele.

Poi sono un imprenditore dell’export che da Sorrento ha costruito in vent’anni un ponte tra l’Italia e il mondo. Oggi presiedo il Forum Italiano dell’Export, sono Chairman della holding Virgo, fondatore di The One Company e impegnato in progetti che vanno dal food al real estate di lusso, fino ai sigari Efebo. Ma sotto tutti questi titoli c’è sempre lo stesso ragazzo del Sud che ha scommesso su un sogno con 5.000 euro di debiti e nessuna garanzia, solo tanta voglia di non arrendersi.

Le sue radici sono a Sorrento, ma molti luoghi – da Milano alla Sicilia – sembrano averla “adottata”. Quanto contano per lei?

Contano tutto. Sorrento è la mia grammatica: lì ho imparato cosa significa bellezza, ospitalità, sacrificio. Milano invece è stata la mia prima vera palestra professionale: velocità, competizione, numeri, rigore.

La Sicilia, con Marsala, l’Isola di Altavilla, Levanzo, è diventata la mia seconda casa: lì ho scelto di investire, di restaurare, di riportare a nuova vita luoghi straordinari. E poi c’è Ostuni, in Puglia, che è l’ultimo tassello di un mosaico fatto di luoghi iconici che non voglio solo possedere, ma raccontare e valorizzare.

A 21 anni parte da solo per gli Stati Uniti. Cosa cercava e cosa ha trovato lì?

Cercavo una possibilità. In Italia non avevo grandi appoggi, in tasca avevo più sogni che soldi. Negli Stati Uniti ho trovato due cose: una meritocrazia brutale – se non porti risultati nessuno ti aspetta – e un amore enorme per l’Italia, spesso più grande di quello che percepivo in casa nostra.

Ho iniziato a lavorare nel mondo del food, nella distribuzione di prodotti italiani per la grande distribuzione americana. Lì ho capito una cosa: non stavamo vendendo solo pasta, olio o conserve. Stavamo vendendo identità, famiglia, domeniche a tavola. Da lì nasce l’idea di creare una mia società che facesse solo questo: portare il meglio del Made in Italy nel mondo, con metodo.

Come nasce concretamente The One Company?

Nasce nel 2009–2010, tra un piccolo ufficio a Piano di Sorrento e uno a Milano. Nessun grande investitore, nessun paracadute: solo un telefono, un computer e una lista di aziende italiane da convincere a fidarsi di un ragazzo ventenne.

In meno di dieci anni The One Company è diventata un punto di riferimento per molte delle principali aziende italiane del food che esportano negli Stati Uniti. Da lì abbiamo aperto i capitoli Messico, Israele, Canada, Australia ed Europa, strutturando una vera e propria macchina dell’export. Oggi The One è il cuore pulsante di un ecosistema molto più ampio.

Alcuni l’hanno raccontata come “Re dell’export nel mondo food” e molti la chiamano “l’Uomo dell’Export”. Si riconosce in questa etichetta?

Mi riconosco più nell’uomo che nell’etichetta. L’export non è un titolo, è una responsabilità: quando porti un prodotto italiano all’estero porti con te anche l’artigiano, il casaro, l’agricoltore, la storia della sua famiglia. Se mi chiamano “Uomo dell’Export” è perché da vent’anni non faccio altro che lavorare per questo: costruire relazioni, abbattere barriere, creare fiducia tra chi produce in Italia e chi compra nel mondo. Ma resto sempre quello che studia i pallet, le etichette, le dogane: il romanticismo viene dopo, prima c’è la logistica.

Perché ha sentito il bisogno di creare il Forum Italiano dell’Export?

Perché mi rendevo conto che in Italia mancava una “casa comune” per chi si occupa di export. C’erano tante eccellenze, ma poco coordinamento. Nel 2019 nasce così il Forum Italiano dell’Export: un think tank permanente che riunisce imprese, istituzioni, associazioni. Da lì nascono gli Stati Generali dell’Export, oggi alla settima edizione, che riempiono luoghi simbolici – da Sorrento a Roma – di imprenditori, ministri, economisti, ambasciatori. Il punto di partenza, quest’anno, è una frase di Montesquieu che amo molto: “L’effetto naturale del commercio è di portare alla pace”. Ed è quello che provo a fare: usare il commercio come un ponte, non come un muro.

In questi anni avete portato l’Italia un po’ ovunque: Stati Uniti, Messico, Israele, Canada… C’è un mercato che sente “più suo”?

Gli Stati Uniti sono la mia prima grande storia d’amore: lì ho capito che il Made in Italy può essere un brand globale, se raccontato bene. Il Messico è stata la dimensione del rischio; Israele, quella della tecnologia e dell’innovazione; il Canada è l’ultimo capitolo, nato anche per aggirare con intelligenza i dazi e aprirci un corridoio strategico verso il Nord America. Qui ho voluto al mio fianco come advisor Riccardo Maria Monti, che è uno dei migliori conoscitori al mondo di export e infrastrutture. In tutti questi Paesi portiamo, sì, prodotti, ma soprattutto creiamo narrazioni: insegniamo che l’Italia non è solo un marchio sulla scatola, è un modo di vivere.

Da uomo dell’export a investitore nel real estate di lusso il passo non era scontato. Come nasce questa seconda vita imprenditoriale?

Nasce da una domanda: cosa resta di tutto questo lavoro, di tutti questi viaggi? Volevo che restassero luoghi. Così nel 2021, con la mia holding Virgo, ho iniziato ad investire in asset immobiliari che avessero un’anima, non solo un ritorno economico. L’Isola di Altavilla, nella Laguna dello Stagnone di Marsala, è stata la prima grande scommessa: un progetto di riqualificazione organica ed eco-compatibile che mette insieme paesaggio, agricoltura, turismo e produzione di tabacco Kentucky per i sigari Efebo. Poi sono arrivati gli immobili dentro le mura antiche di Marsala, la villa a Levanzo a pochi passi dal Baglio Florio, fino all’ingresso di Ostuni nel nostro portfolio.

Oracles Capital Estates è il nuovo capitolo di questa storia. Di cosa si tratta?

Oracles Capital Estates è il fondo immobiliare che ho creato per mettere ordine e visione in tutto questo. L’idea è semplice: mettere insieme immobili italiani di grande pregio, bellezza e rarità con capitali globali, creando esperienze di lusso che rispettino l’identità dei luoghi. A quarant’anni trasformo un sogno in una struttura: non compro case, costruisco narrazioni immobiliari. Ogni proprietà deve raccontare qualcosa dell’Italia che amo: il bianco di Ostuni, il vento delle Egadi, la luce di Marsala.

A un certo punto nella sua vita entrano anche i sigari. Come si passa dal food ai sigari Efebo?

In realtà non è un passaggio, è una continuità. Il sigaro, come il vino o l’olio, è cultura materiale. Efebo Sicily nasce da un’idea semplice e un po’ folle: creare il primo sigaro al mondo prodotto con tabacco siciliano, biologico, coltivato in un’isola. Con la Italian Cigar Group – poi acquisita da Virgo – abbiamo trasformato questa idea in un brand che oggi esporta il sigaro Efebo anche negli Stati Uniti, con blend realizzati insieme a maestri come Ernesto Perez Carrillo. È un modo diverso di raccontare la Sicilia, non solo con il vino o con la cucina, ma con un prodotto da meditazione, lento, che ti obbliga a fermarti.

Oggi al suo fianco in Italian Cigar Group c’è anche Eduardo Umberto Teodorani Fabbri, figlio di Maria Sole Agnelli. Che tipo di partnership è?

È una partnership di visione. L’ingresso di Eduardo – e quindi della famiglia Agnelli – in Italian Cigar Group è una svolta storica per il nostro percorso. Porta con sé una cultura industriale e familiare che ha segnato la storia d’Italia. Insieme vogliamo fare di Efebo non solo un grande sigaro, ma un ambasciatore del lusso contemporaneo italiano: radicato in Sicilia, ma capace di parlare al mondo.

Arriviamo all’attualità: l’accordo tra The One Company e il Gruppo Mastromartino. Che cosa cambia con questa operazione?

Cambia la scala. Con l’ingresso del Gruppo Mastromartino nel capitale di The One Company con una quota del 20%, costruiamo un vero e proprio hub italiano del Made in Italy nel mondo. Già dal primo anno, solo con l’integrazione dei volumi, superiamo i 10 milioni di fatturato, con un piano industriale che punta ai 50 milioni in tre anni e apre la strada a una futura quotazione. Ma soprattutto uniamo due mondi: la distribuzione organizzata italiana – con brand come Moderna2020, i supermercati Etè e Caffè Motta – e la nostra macchina dell’export. È come se avessimo messo insieme il motore e le ali.

Non è solo una mossa di business, ma anche un tassello del progetto Virgo…

Esatto. Questa operazione rafforza enormemente la holding Virgo, che oggi tiene insieme export, real estate, sigari, progetti di hospitality. Gli asset immobiliari – Altavilla, Levanzo, Marsala, Ostuni – dialogano con la rete distributiva di The One e del Gruppo Mastromartino. Il risultato è un sistema integrato: produciamo valore in Italia, lo esportiamo, riportiamo capitali nel Paese e li reinvestiamo in luoghi che diventano attrattori di turismo e cultura. È un cerchio che si chiude: dall’Italia al mondo e ritorno.

Recentemente è entrato nel Consiglio Direttivo di UNICEF Italia. Cosa rappresenta per lei questo incarico?

È uno dei passi che mi ha emozionato di più. Quando diventi genitore capisci che la fragilità non è un concetto astratto: ha il volto di tua figlia, dei bambini che incontri. Entrare nel Board di UNICEF Italia significa impegnarsi perché ogni scelta pesi nel modo giusto, perché “ogni parola educhi, ogni gesto protegga”. La mia sfida ora è portare dentro questo ruolo tutto quello che ho imparato nell’export: organizzazione, capacità di fare sistema, networking… al servizio dei bambini, non del business.

Che cosa le ha insegnato, invece, la vita privata che non avrebbe mai imparato in un board aziendale?

Che puoi chiudere il contratto più importante della tua vita, ma se tua figlia ti guarda e ti chiede solo tempo, hai perso. Adele mi ha insegnato a selezionare le priorità. Ho passato anni a prendere a morsi la vita – e continuo a farlo – ma oggi cerco di farlo con più equilibrio. Ho capito che il successo vero è quando chi ti ama non si sente secondo in classifica rispetto al tuo lavoro.

Ha superato i quarant’anni. Non più enfant prodige, come dice lei. Che imprenditore vuole essere nei prossimi vent’anni?

Voglio essere un imprenditore che restituisce. I primi vent’anni sono stati quelli della conquista: mercati, clienti, premi, titoli. I prossimi venti devono essere quelli della costruzione di qualcosa che resti anche senza di me: istituzioni, fondi, luoghi, fondazioni. Sogno un’Italia che smetta di avere paura del mondo e lo abbracci. Se alla fine del gioco qualcuno potrà dire: “In un momento complicato per il Paese, c’è stato un gruppo di persone che ha usato l’export per creare pace, lavoro e dignità”, allora tutto questo viaggio da Sorrento al Messico, da New York a Marsala, sarà valso la pena.

Se dovesse riassumere Lorenzo Zurino in tre parole per chi sta leggendo questa intervista, quali sceglierebbe?

Direi: testardo, grato, inquieto. Testardo, perché non mollo mai. Grato, perché nulla di quello che ho oggi era scontato. Inquieto, perché finché avrò respiro continuerò a cercare un modo nuovo per esportare l’Italia nel mondo – e per riportarla, più forte, a casa.

Segnala la tua GOODNEWS

Notizia inviata